25-02-2018
In Gran Bretagna vince il vino italiano, infranto il monopolio francese.
(ANSA)
Il Regno Unito, terra di solidi legami con la birra, sta imparando a bere il vino. A leggere i dati degli ultimi 5 anni si beve sempre più italiano, con un`autentica impennata delle bollicine di prosecco e affini. Lo conferma un rapporto realizzato dall`Ice e dalla sezione per la promozione del commercio dell`ambasciata d`Italia, illustrato dal direttore della sede londinese dell`Italian Trade Agency, Roberto Luongo. La premessa, di ordine generale, sottolinea come il mercato britannico - competitivo e aperto, data la necessità di importare da tutto il mondo a fronte di una produzione locale di fatto residuale - si consolidi come il terzo sbocco mondiale per il vino made in Italy (secondo in Europa), dopo Usa e Germania, con un valore annuo indicato per il 2017 a 763 milioni di euro. In termini quantitativi, l`Italia ha superato tra i fornitori del Regno persino la Francia, in passato semimonopolista, con oltre 303 milioni di tonnellate di prodotto esportate l`anno scorso, contro gli oltre 221 milioni australiani, i 189 circa francesi, i 135 spagnoli e i 111 milioni e spiccioli provenienti dai vigneti degli Usa. In fatto di valore Parigi resta invece in pole position - a causa del costo medio delle sue bottiglie di vino fermo e ancor più dello champagne tra i frizzanti - con ricavi pari, nello stesso 2017, a 881 milioni di sterline, contro i 628 dell`Italia, i 256 della Nuova Zelanda, i 243 dell`Australia o i 238 della Spagna. Ma anche sotto questo profilo la forbice si è enormemente ridotta, se si considera che nel 2013 i vini francesi esportati oltre Manica pesavano per un miliardo e 125 milioni di sterline e quelli italiani per 534 milioni. Il rapporto evidenzia una curva positiva costante di crescita delle forniture italiane a livello di ricavi negli ultimi 5 anni. Un dato che si riproduce anche sul piano quantitativo, con l`unica eccezione di un rallentamento fra il 2016 e il 2017, quando si è registrato un calo generale di consumi che ha riguardato tutti e cinque i primi paesi fornitori. Scorporando le cifre, si osserva un assestamento in leggero ribasso dell`export di vino fermo, al suo picco nel 2014, compensato tuttavia dal boom del vino frizzante (caro ormai a una vasta platea dei sudditi di Sua Maestà e non solo alla retorica di una Brexit tutta `rose e fiori` sfoderata a più riprese dal ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson). Un settore in crescita costante fino a rappresentare il quintuplo delle forniture di champagne, quasi a eguagliare nel 2017 il valore economico di mercato delle costose bollicine francesi. Nonostante i ricarichi stimati in media al 40% da parte degli importatori, al 50% dai negozi e addirittura fino al 300% nei ristoranti, vi è un interesse in piena ascesa per la cucina italiana e mediterranea, come ricorda l`Ice, con più frequenti periodi di svago nei paesi di tradizione vitivinicola che hanno contribuito a modificare gli stili di vita di una parte significativa della popolazione britannica. Un`ondata che, Brexit o non Brexit, può essere cavalcata ancora dai produttori, puntando sui supermercati e sul consumo `di base`, sulla ristorazione d`alta gamma e su una clientela emergente sempre più raffinata aperta a "nuovi vini e nuove combinazioni". Notizia Ansa